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Se dire “basta!" non basta

  • Immagine del redattore: dott_antonio_piccinni
    dott_antonio_piccinni
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min


In una società in cui bisogna definire la parola Consenso per determinare cosa si intende per violenza subita o agita non posso evitare di fare una riflessione su come stanno cambiando i confini tra vita privata e sociale o tra mondo online e quello offline tra le giovani generazioni. Di recente Save The Children Italia ha pubblicato un articolo interessante che cita una ricerca che ha meritato la mia attenzione. L’articolo dal titolo “Stavo solo scherzando. Nuove evidenze sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti” è una fotografia delle relazioni affettivo-amicali degli adolescenti all’interno di un mondo sempre più complesso, dove il virtuale si confonde con il reale e tutto quello che accade assume dei codici non semplici da decodificare. Alcuni autori parlano della dimensione Onlife (L. Floridi) nella vita dei giovani, anche se potremmo allargare questa dimensione anche agli adulti. Le dimensioni privata, sociale e online si influenzano reciprocamente, e ciò che accade in una incide sulle altre. Con questa premessa adolescenti e giovani adulti risultano il gruppo più esposto alla violenza con un incremento significativo delle violenze sessuali. Il fenomeno delle baby gang colpisce maggiormente altri adolescenti. Nella mia funzione di Giudice Onorario presso la Corte d’Appello del Tribunale di Bologna, rilevo che le sentenze relative ai minori riguardano sistematicamente reati perpetrati nei confronti di altri minori o giovani. Questo non significa solo che gli episodi di violenza sono aumentati ma che persiste un’asimmetria di genere (si è più esposti a violenza maschile) che si ripropone in una mascolinità tossica e violenta. L’articolo sottolinea che anche quando le condotte violente sono agite da ragazze i costi emotivi e culturali ricadono in modo sproporzionato su ragazze e persone non conformi al genere o alla “normalità sociale”.  

Un singolo episodio di violenza assume una valenza simbolica collettiva, indirizzata a tutte le categorie di persone che, storicamente, sono state soggette a controllo e giudizio in base al genere, all’orientamento sessuale, all’etnia o a condizioni fisiche.

La violenza, sia essa online che offline, è ibrida tra persistenza e riproducibilità. Fa parte di un ecosistema sociale ed affettivo dove avvengono e si consumano i vissuti di ogni singola persona. Non è solo un fatto privato ma interconnesso al di fuori di uno spazio controllabile e definito. Una foto condivisa su un social oppure un video scambiato in chat diventa affare pubblico che si perde e si espande nei labirinti della rete. Questo significa riconoscere che adolescenti e giovani adulti non vivono questi ambienti separati e che gli eventi diventano tracce digitali e reputazionali dove il senso di sé è condizionato da quello che gli occhi virtuali giudicano e puniscono.

Ricordo che da bambino venivo giudicato e a volte bullizzato per il mio essere diverso ma questa impronta restava impressa nel quartiere dove vivevo o nel cortile dove giocavo. Crescendo e spostandomi in una nuova città potevo essere qualcosa di “altro” che non subiva l’influenza di quel contesto sociale o culturale. Oggi un ragazzo o una ragazza fanno i conti con questi sguardi a prescindere dal “dove” avvengono perché la reti interconnesse creano un campo relazionale che non ha più confini e ti segue ovunque decidi di andare o scappare.

L’articolo evidenzia come la micro-violenza è una pratica vissuta come “normale” e parte del mondo in cui viviamo. Essere insultati su come si è, sul proprio corpo, oppure subire molestie di ogni genere e grado fa parte di un trauma relazionale che i ragazzi imparano ad assimilare e sottovalutare. Da questo emerge una difficoltà diffusa tra gli adolescenti nel distinguere tra ciò che è relazione sana da ciò che è pressione relazionale. Non è solo nella difficoltà di comprendere fino in fondo il senso del “consenso” ma è qualcosa di più complesso. Intimità, emotività, ricatti affettivi e pratiche abusanti si sovrappongono e confondono nella incapacità di riconoscere la violenza e nella capacità di accogliere la pressione relazionale. Tutto si dissolve nella necessità di raggiugere un compromesso per sentirsi accettati dagli altri e accolti dai pari presenti nella vita reale e virtuale. Per questo nella pressione relazionale, ad esempio, quando un ragazzo geloso controlla i social di una ragazza passa il messaggio “se non lascio che controlli pensa che non mi fido di lui” oppure “se dico di no si arrabbia e poi mi lascia”. Dire “Basta, se ti comporti così me ne vado” non serve più sotto questa pressione relazionale. Interiorizzare il diritto al proprio limite e a quello degli altri non è ancora intimamente acquisito, e quindi il consenso viene spesso interpretato come assenza di un “basta” esplicito non come presenza di un “voglio” autentico. Inoltre, l’idea di lasciare che l’altro sia responsabile delle sue azioni non è ancora radicata per cui la reazione dell’altro è parte delle proprie scelte e azioni. La pressione relazionale non è sempre così esplicita, tra ciò che desidero e ciò che concedo per non perdere la relazione con l’altro, tra bisogni e richieste che vengono fatte, tra intimità e sottomissione di genere. Il bisogno di appartenere all’altro nel bisogno di amore e affiliazione si confonde con la paura di essere soppiantati e abbandonati. Per questo la relazione va confermata attraverso una continua assimilazione di comportamenti disadattivi dove concedo foto esplicite, accesso agli account, prove di esclusività per evitare la perdita dell’altro. In una fase evolutiva dove la l’appartenenza è vitale per la costruzione della propria identità questo rischio è difficile da accettare se non sento una affettività interna solida precedentemente acquisita. Per questo la famiglia, gli insegnanti, gli educatori e persino noi psicologi dobbiamo riconoscere una responsabilità nell’aiutare adolescenti e giovani adulti a distinguere il consenso dalla paura di non essere accettati e amati. Insegnare a dire “Basta!”  significa legittimare il no e aiutarli a dare un senso al proprio vissuto che dipende da una competenza identitaria che possiamo co-costruire insieme a loro. In assenza di un'attenta gestione dei propri confini e di quelli altrui, si rischia di considerare la violenza come un costo inevitabile associato all'amore e all'appartenenza al gruppo. Dobbiamo riconoscere queste dinamiche, fornire strumenti adeguati, sostenere le scuole con esperti, puntare sulla prevenzione, insegnare un linguaggio efficace, educare all’identità di genere e distinguere tra cura e controllo. Questa generazione ha infinite possibilità di esplorare nuovi mondi, dimostrando curiosità, apertura e desiderio di ascoltare ed essere ascoltati. Nonostante le difficoltà, mostra resilienza e voglia di essere libera nel costruire strumenti per affrontare le sfide della società contemporanea. Per questo si merita, nelle sue infinite possibilità, di poter essere aiutata ad esplorare relazioni più complesse, sempre nel rispetto di sé stessi e della diversità degli altri.

 
 
 

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