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Dissociati Digitali

  • Immagine del redattore: dott_antonio_piccinni
    dott_antonio_piccinni
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min


Sono stato da poco in vacanza in Corea, viaggio che desideravo fare da diversi anni. Quando visito città diverse da quelle italiane, mi piace fermarmi nei luoghi tipici in cui si mangia e dove coppie, persone del posto e turisti si incrociano nella quotidianità. È lì che nasce il mio desiderio di osservare le persone, provando a intuire qualcosa delle loro abitudini per comprendere meglio la cultura del luogo. I viaggi nelle capitali orientali sono sempre pieni di sorprese: sotto certi aspetti, fanno percepire società più proiettate verso il futuro rispetto all’Occidente. Spesso si pensa che sia l’America a dettare mode e disagi destinati ad arrivare in Italia qualche anno dopo, ma conoscendo le città dell’Oriente mi sono reso conto che non è sempre così. Mentre sorseggiavo il mio matcha caffè, osservavo, con un misto di incanto e giudizio, molti giovani che si facevano fotografare dal compagno del momento — amici, fidanzati, mariti o mogli — mentre compivano gesti semplici e quotidiani: bere un caffè, versare il tè nella tazza, ordinare al banco i raffinati piatti orientali o farsi immortalare in un primo piano. Subito è scattato dentro di me una specie di fastidio, dato dalla futile e ingiustificata motivazione che spinge milioni di ragazzi (e non solo) a fotografarsi in qualsiasi momento della vita, per poter poi fare un post sui vari Social da pubblicare il prima possibile. Mentre la mia intolleranza prendeva piede però, ho ripensato ad un libro che ho letto recentemente e qualcosa dentro di me è cambiato.

Ho avuto il piacere di conoscere l’autore e questo mi ha permesso di leggerlo con più coinvolgimento, dando un volto alle parole e un suono ai pensieri. Lucio Iaccarino ha pubblicato il suo ultimo lavoro “Amore digitale, Atlante delle relazioni tossiche: verso una nuova geografia sentimentale”.  Lo ammetto, mi ha sempre poco interessato il tema del digitale, un po' perché essendo un umanista non ci ho mai capito molto su come funziona tutto ciò che è virtuale, e un po' perché ho sempre usato le app in modo strumentale al soddisfacimento di alcuni bisogni, professionali e no. Ho guardato con distanza questo mondo come può guardarlo un papà che accetta i cambiamenti generazionali delle proprie figlie e figli, come qualcosa di ineluttabile e che non sempre va indagato, ma solo accettato. Questo libro, però, mi ha spinto a farmi domande nuove e a riconoscere un cambiamento più profondo di quanto immaginassi, capace di incidere anche sul nostro lavoro di psicoterapeuti, come mostra la diffusione della psicoterapia online. Mostra quanto le logiche del digitale penetrino oggi nella sfera psichica, trasformando il senso del Sé all’interno del legame con se stessi (autostima) e con gli altri (amore, amicizia, relazioni). Parla di narcisismo digitale non come autocelebrazione, ma come un vero e proprio clima esistenziale. Le relazioni intime non restano indifferenti da questa pressione e seguono dinamiche che cavalcano un nuovo modo di pensarsi e di stare nei rapporti umani. Allora mi sono chiesto: “Da dove nasce il bisogno di fotografare e pubblicare ogni minimo gesto o luogo che visitiamo?”. Questa domanda credo possa avere infinite risposte. Desidero però non lasciare questa complessità senza nemmeno tentare di darne una. Il mondo dei social e il mondo della terra sono davvero in antitesi. Sui social vediamo il bene e il male scisso in post che lo identificano come solo i cartoni animati della Disney di un tempo sapevano rendere. Vediamo la bellezza e la bruttezza, la ricchezza e la povertà, la speranza e la disperazione, l’amore e l’odio. Tutto evidenziato in post, reel, storie, like e quant’altro che contribuiscono a costruire un’immagine della realtà a mio parere dissociata. Vedo e sento la presenza di una dissociazione quando qualsiasi comportamento o pensiero non tiene conto della complessità dell’essere umano e del mondo.

La dissociazione nasce, in senso psicologico, come un meccanismo di protezione della mente: quando un’esperienza emotiva è troppo intensa, dolorosa, minacciosa o difficile da integrare, la psiche può “separare” alcune parti dell’esperienza — sensazioni, emozioni, ricordi, percezioni del corpo o del Sé — per ridurre l’impatto immediato.

Può nascere da diversi fattori: traumi o esperienze sopraffacenti, stress intenso o prolungato, ambienti relazionali insicuri, vergogna, paura o senso di impotenza, rendono difficile restare pienamente presenti nell’esperienza. La dissociazione non è sempre patologica. Esistono forme leggere e comuni, come guidare “in automatico” e accorgersi dopo di non ricordare bene il tragitto. Diventa più problematica quando è frequente, intensa o interferisce con la vita quotidiana. Ripensando ai motivi per cui questo meccanismo psichico difensivo possa emergere, non credo sia difficile ravvisare in tutte, o in alcuni di queste situazioni, quello che i giovani di oggi devono affrontare. Non è un caso che ansia e depressione non abbiano mai visto picchi così alti di frequenza tra i giovani come in questo periodo storico e culturale. Non parlo di dissociazione da un punto di vista patologico, ma come reazione ad un mondo che spaventa. Fotografarsi continuamente può talvolta diventare una forma lieve di distanza dall’esperienza vissuta. Invece di essere pienamente dentro il momento, lo si osserva, lo si cattura, lo si prepara per lo sguardo dell’altro. Non è necessariamente dissociazione clinica, ma può ricordare un movimento dissociativo: vivere meno l’esperienza e più la sua rappresentazione. Ma quale? In questo caso, dissociarsi significa costruire un’identità “digitale” separata da quella reale: una sorta di alias che consente alla persona di sentirsi altro da sé, di guardarsi dall’esterno e di dare forma a bisogni rimasti insoddisfatti. Bellezza, perfezione, simpatia, intelligenza, ma anche volgarità, superficialità, disumanità, indignazione, bullismo e odio trovano così un canale attraverso cui emergere e ottenere spazio dentro una comunità che finisce per stabilire, o insegnare, nuove regole morali ed etiche. Costruire questa identità digitale non è semplice, perché richiede un continuo lavoro di creazione di contenuti da condividere. Sia professionalmente, che umanamente, significa condividere sempre e comunque pensieri, immagini, video che contribuiscono a far sapere chi sei alle altre identità digitali. Spesso mi capita di vedere colleghi su Instagram che pubblicano contenuti piuttosto superficiali e ambigui, ma nella realtà sono professionisti bravi e scrupolosi. Sui social diventano l’ennesimo spot sul benessere e malessere psicologico privo di profondità clinica. Allo stesso modo i ragazzi e le ragazze producono contenuti e immagini di sé per far conoscere questa identità digitale. Poter sentire di appartenere alla dissociata comunità virtuale che li accoglie e ama (o odia) attraverso like ed emoticon di conferma. Le due identità a questo punto diventano essenziali. Non solo si hanno amici con cui si va a scuola, si esce o si va in vacanza, ma si ha la necessità di esistere anche dentro questa dimensione di cura e riconoscimento digitale. Devono imparare ad affrontare un progressivo spostamento dall’esperienza alla sua rappresentazione. Il soggetto non è più soltanto dentro ciò che vive, ma si guarda vivere, si osserva dall’esterno, anticipa lo sguardo degli altri e costruisce il momento mentre ancora lo sta attraversando. Fotografare ogni gesto può allora diventare un modo per certificare l’esistenza dell’esperienza, ma anche per prenderne distanza: non basta bere un caffè, bisogna vedersi e far vedere mentre lo si beve; non basta essere in un luogo, bisogna produrre un’immagine di sé in quel luogo. Per questo nella cura psicologica non è più possibile cercare di minimizzare il danno che i social possono provocare togliendo importanza a questo mondo. Al contrario credo sia necessario imparare a conoscerlo e aiutare i giovani pazienti (e non solo) a dare un senso a quello che accade e a trovare le strategie emotive per affrontare gli attacchi e le complicazioni relazionali che questa dimensione costringe a vivere. Certo questo non toglie enfasi alla domanda che, come persona e professionista, mi pongo da tempo. Un giorno questo meccanismo dissociativo dell’identità smetterà di essere presente? Per affrontare una realtà che fa soffrire, delude o spaventa, avremo ancora bisogno di esistere in un altrove più rassicurante e distaccato? Una risposta francamente non credo possa esserci e tantomeno penso sia importante andare a ricercarla. Forse quando il mondo avrà bisogno di braccia per coltivare, amare, sostenere, combattere, abbracciare allora a quel punto ogni persona dovrà fare i conti con chi ha accanto. Madre natura ci costringe a dover affrontare delle prove nella vita che non possono essere affrontate con un post, ma che hanno la necessità di una voce, un corpo e una presenza che realmente (nel qui e ora) possa farci sentire amati e riconosciuti anche quando sentiamo che la nostra vita rimane soltanto un soffio. Fino ad allora resteremo in attesa che l’online e l’offline diventino l’occasione per comprendere i reali bisogni e le difficoltà che ogni essere umano esprime per poter imparare ad aiutare gli altri con amore e rispetto.

 
 
 

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